Distretto D26 - Largo ai Giovani Il Fiore della Vita

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UN POPOLO FUORI SEDE

Partono la domenica, tornano il venerdì. Per studiare, lavorare, curarsi. Centinaia di migliaia di persone, prevalentemente del Sud, lasciano ogni settimana casa e famiglia senza mettere radici altrove. Viaggio nella nuova emigrazione italiana

Spostati. Nati nel Sud eppure con la laurea made in Padania, freschi di studi terminati nell'ateneo sotto casa ma subito pronti a partire per il Nord. Anche per un lavoretto precario che li tenga fuori casa soltanto da lunedì a venerdì. Ecco la nuova fascia della grande migrazione verso il Nord. Una emigrazione precaria, figlia del nostro tempo, con lo sguardo rivolto fuori casa ma con un piede ancora nella terra d'origine. Il numero di meridionali, giovani, che viva fuori sede, cittadini a termine della grandi città del Centro-Nord, e sempre più rilevante. Queste stato si manifesta principalmente in due momenti: negli anni dell'università e nella fase d'ingresso nel mercato del lavoro. Complessivamente, stiamo parlando di un vero esercito: secondo il ministero dell'Istruzione sono 156mila i meridionali iscritti in università del Centro-Nord, a cui si aggiungono, secondo nostre stime, altri 150mila giovani del Sud che pur mantenendo la residenza nella regione di origine lavorano al Centro-Nord. Ma andiamo a vedere me­glio le caratteristiche di questi due gruppi.

Nel panorama scolastico italiano segnato da polemiche senza fine su autonomie degli istituti, programmi di studio e maestro unico c'è un fenomeno sotterraneo che si ripete anno dopo anno: l'emigrazione di migliaia di giovani diplomati meridionali verso centro-settentrionale. Non sono pochi: in base ai dati 2007 del ministero dell'Università, su 796mila iscritti all'università, 156mila (circa il 20%) studia in un ateneo del Centro-Nord. Percentuali di emigrazione ancora più alte risultano di chi consegue la laurea: dei 118mila laureati meridionali nel 2007, oltre 28mila, quasi il 25% del totale, hanno raggiunto l'obiettivo fuori dalla propria regione d'origine. La forbice spazia dalla Campania, can "soltanto" il 20% dei laureati fuori regione, alla Basilicata, che invece arriva a percentuali superiori all'81%, passando per la Calabria (43%) e il Molise (68%). Sicuramente la mancanza di alcuni corsi di laurea specifici e le ridotte dimensioni territoriali spingono gli studenti delle regioni più piccole a muoversi oltre i confini. Ma e anche vero the questo è il risultato di politiche formative poco attente al territorio di riferimento, per cui i giovani devono andare a trovarsi fuori cede i corsi specializzati più richiesti dal mercato.

Diciamo subito che di per se studiare fuori casa non è un male, anzi: nuove esperienze stimolano la persona, offrendo occasioni di confronto e di crescita per­sonale. Il problema è che la mobilità per studio nel nostro paese è assolutamente unidirezionale: a fronte di frotte di giovani meridionali diretti al Centro-Nord, sono davvero pochissimi i ragazzi che fanno il tragitto inverso, più o meno il 2% del totale. Altrettanto debole è la capacità delle università del Sud di attirare stranieri, soprattutto da quei paesi mediterranei the proprio nel Meridione dovrebbero trovare una sponda naturale. Andando più in profondità le sorprese non mancano: ci aspetteremmo ad esempio che Giurisprudenza sia una facoltà radicata al Sud e gettonata dai residenti. Scopriamo invece the più di uno studente siciliano su cinque e quasi un calabrese su due preferisce rivolgersi ad atenei extra regione. La fuga si fa poi sentire maggiormente nel settore scientifico: qui il 45% degli stu­denti calabresi studia fuori, cosi come il 52% dei medici pu­gliesi e il 55% degli ingegneri abruzzesi. Dobbiamo dire che comunque non mancano aree di eccellenza anche al Sud: relativamente basso numero di studenti in Architettura e Ingegneria che si sposta fuori dalla Calabria o i laureati pugliesi e campani in materie scientifiche che restano in regione confermano il buon livello di alcuni atenei.

Ma non basta: come spiegare la forte crescita di giovani migranti con la laurea in tasca, che si spostano dove le opportunità di lavoro sono più alte, cioè verso il Centro-Nord? Dei 174mi1a pendolari meridionali censiti nel 2007, 24mila si spostano all'interno del Mezzogiorno, mentre 150mila vanno soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna e Lazio. I giovani laureati pendolari sono diffusi anche al Nord: ma lì si spostano quotidianamente nelle province limitrofe o verso le grandi aree urbane, sfruttando trasporti the permettono di raggiungere in tempi brevi la città dalla campagna. Tutta un'altra storia, invece, da Sud a Nord: qui l'identikit parla di giovani under 45, per lo più maschi e celibi, laureati e occupati nel settore dei servizi, soprattutto dipendenti, con una quota non tra­scurabile di contratti a tempo (31%) sul totale. Si sceglie di restare fuori casa da lunedì a venerdì e non di trasferire la residenza soprattutto perchè si percepisce l'impiego come transitorio, in una face d'ingresso nel mondo del lavoro o di riqualificazione, per evitare di pagare due affitti pieni (per l'alloggio settimanale ci si accontenta di appartamenti in condivisione), perché si spera in un trasferimento oppure perché si e mantenuta un'altra attività autonoma. Inoltre 105mila pendolari su 150mila vengono da tre regioni: Campania, Puglia e Sicilia.

Quindi alla fine il Sud perde due volte e in due modi diversi: risorse umane ed economiche già dopo il diploma oppure subito dopo la laurea. Il vero Erasmus, potremmo dire, i giovani meridionali lo fanno in Italia. E lo fanno a un costo molto elevato per le famiglie. Secondo nostre stime, sostenere un ragazzo in una città del Nord all'Università costa alla famiglia circa 35mila euro (700 euro al mese per quattro anni). Cifra che moltiplicata per i circa 30mila laureati meridionali in atenei del Centro‑Nord nel solo 2006 arriva a un totale non indifferente di 900 milioni di euro. Aggiungiamo poi che le famiglie, dopo gli anni di studio e l'affitto, devono aiutare il figlio anche dopo i primi impieghi, spesso precari, visto che lo stipendio non basta, sia che abbia studiato lì, sia che sia arrivato dopo. Anche se chi studia al Centro-Nord chiaramente ha una marcia in più: secondo uno studio Svimez degli anni scorsi, circa il 70% dei giovani meridionali che hanno studiato nel Centro-Nord trova lavoro lì e soltanto il 30% rientra alla base.

Viene quindi da chiedere, quasi provocatoriamente, se ha senso promuovere nuovi atenei al Sud, che già oggi offrono ben 1.480 corsi. Domanda non scontata, visto che buona parte degli studenti che frequenta l'Università sotto casa, pur in presenza di un'elevata spesa pro capite, poi non trova lavoro anche per il basso livello di istruzione che riceve (indagini Pisa e Ocse). Emigrare diventa quindi una scelta forzata, non libera, che discrimina anche perchè rimane appannaggio soprattutto delle famiglie più abbien­ti. Giovani, università, lavoro e Mezzogiorno: ecco il grande tema alla base del rilancio del Sud, su cui i politici dovrebbero confrontarsi seriamente, invece di impantanarsi in inutili dibattiti su grembiulini e voti in condotta.

Fonte: La Nuova Ecologia Febbraio 2009

 

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